L’uso terapeutico della scrittura in letteratura
“Se scrivo ciò che sento è perché così facendo abbasso la febbre di sentire”.
Da queste parole di Pessoa si evince magnificamente il ruolo che la scrittura svolge nell’aiutare a prendere distacco dal potere dirompente delle emozioni.
La tradizione del valore terapeutico della scrittura ha tuttavia radici ben più lontane nel tempo. Per quanto scrivere per consolare gli altri fosse una pratica alquanto diffusa già nell’antica Grecia, Cicerone viene ritenuto il primo ad assegnare un valore auto-terapeutico alla scrittura: in una lettera ad Attico, suo caro amico, rivela di essersi dedicato alla scrittura di lettere di consolazione a se stesso, in quanto il dolore per la perdita di sua figlia resisteva ad ogni tentativo di placarsi attraverso la lettura di altri testi consolatori.
Secoli dopo, riflettendo sulla scrittura autoterapeutica di Cicerone, Emil Cioran, tra i più illustri filosofi del ventesimo secolo, commenta che se questa pratica fosse diventata d’uso corrente l’uomo avrebbe trovato soluzione a tutti i suoi mali.
Lo stesso autore considerava ogni suo libro un suicidio differito, a tal proposito in una celebre intervista dichiarò: “Il mio primo libro l’ho scritto in rumeno, a ventun anni, ripromettendomi per il futuro di non scrivere più niente. Poi ne ho scritto un altro, seguito dallo stesso proposito. La commedia si è ripetuta per più di quarant’anni. Il motivo? Il motivo è che lo scrivere, per poco che valga, mi ha aiutato a passare da un anno all’altro, perché le ossessioni espresse si attenuano e in parte vengono superate. Sono certo che se non fossi stato un imbrattacarte mi sarei ucciso da un pezzo. Scrivere è un enorme sollievo”.
La stessa visione è sostenuta da Isabel Allende, i cui romanzi La casa degli spiriti e Paula, sono nati dal bisogno ineluttabile di renderle sopportabile il mondo e la convivenza con se stessa e di gestire la travolgente angoscia durante la malattia e dopo la morte di sua figlia.
Impossibile non citare Virginia Woolf, la quale in Tracce del passato riconosce apertamente come il suo bisogno di scrivere derivasse dalle esperienze dolorose della sua infanzia e quanto la scrittura le avesse permesso di esprimere emozioni, spiegarsele e “metterle a tacere” o Kafka il quale sosteneva che l’unico modo a lui noto per scrivere era farlo di notte, quando la paura non gli permetteva di dormire. Lungi dal poter descrivere esaustivamente una tradizione così vasta, questi brevi cenni restituiscono una sommaria idea del valore terapeutico che da sempre viene riconosciuto alla scrittura.
Cosa dicono le ricerche scientifiche?
I primi studi sperimentali in tal senso però risalgono al sociologo James Pennebaker, il quale verso la fine degli anni ottanta, dimostrò come chiedere a delle persone di scrivere circa eventi dolorosi della propria vita (lutti, divorzi, traumi, etc.) senza badare alla forma o all’ortografia, per una serie di giorni consecutivi, da quindici a trenta minuti al giorno, non solo avesse un impatto significativo sulla successiva richiesta di visite mediche, notevolmente ridotta, ma aumentasse le risposte immunitarie dei soggetti, diminuisse il livello di attivazione del sistema nervoso autonomo e la propria percezione del livello di stress.
Più recentemente un gruppo di studiosi dell’Università della California ha dimostrato come ad un grado maggiore di esposizione di dettagli nella narrazione di eventi stressanti corrispondano minori livelli di ansia percepita a tre mesi di distanza dall’esperimento.
Lieberman ha ipotizzato che alla base di tale risultato vi sia il fatto che scrivere delle proprie emozioni comporti una riduzione dell’attività dell’amigdala (la parte più ancestrale del nostro cervello, sede delle reazioni emotive) e un aumento di quella delle regioni prefrontali (deputate al ragionamento razionale).
Scrivere con carta e penna è generalmente preferibile alla scrittura digitale, in quanto coinvolge contemporaneamente diverse aree del cervello che consentono di integrare sensazioni, azioni e pensiero: il passaggio dal pensiero alla scrittura manuale secondo le neuroscienze favorisce processi cognitivi molto più complessi rispetto alla scrittura digitale. Aiuta inoltre ad esprimere i concetti di getto, senza badare alla forma o all’ortografia, proprio come suggerito da Pennebaker, e a mantenere ben salda l’attenzione sul processo, cosa che diventa molto più complicata al computer, inevitabile fonte di distrazioni.
La scrittura nella Terapia Breve Strategica
Nella terapia breve strategica la scrittura viene utilizzata per diversi scopi, in particolare quando abbiamo a che fare con emozioni che culturalmente percepiamo come negative, come il dolore e la rabbia, e che per questo tendiamo ad evitare o a controllare eccessivamente dal punto di vista cognitivo, il più delle volte producendo il tragico effetto di perderne totalmente il controllo.
Inoltre, spesso, pur non essendo mezzo imprescindibile per lo sblocco del problema, viene impiegata come strumento per annotarsi e quindi rendere tangibili e concreti agli occhi del paziente determinati meccanismi, come pensieri o azioni disfunzionali, che ostacolano la risoluzione del problema.
In altri casi ancora, invece, funge da distrattore per permettere alla persona di reagire in maniera differente nei confronti della realtà che lo circonda: ad esempio, nel panico l’atto di scrivere, concentrando l’attenzione del soggetto su un compito predefinito, la distoglie dal tentativo di controllo delle proprie reazioni fisiologiche, con l’effetto di attenuarle e renderle meno spaventose e terrificanti.
In ogni caso è fondamentale adeguare sempre cosa scrivere e come scriverlo alle specifiche esigenze della persona e alle caratteristiche peculiari del problema che presenta. In questo senso la scrittura non produce esiti benefici a priori e certamente non va considerata la panacea per tutti i mali, costituisce piuttosto parte integrante di un più complesso percorso terapeutico, che richiede la guida di un professionista adeguatamente formato.
Scrivere il trauma
Generalmente una persona che ha vissuto un’esperienza fortemente traumatica cade nella trappola di scacciare a tutti i costi dalla sua mente il ricordo di ciò che l’ha traumatizzata, evita luoghi, persone e situazioni che possono rimandare all’evento, organizzando tutta la sua vita intorno al trauma e finendo per ottenere l’effetto paradossale di alimentare la propria sintomatologia.
In questi casi, tecniche di scrittura possono svolgere un ruolo fondamentale nel superamento della sintomatologia postraumatica; infatti scrivere ripetutamente del trauma è in grado di produrre un vero e proprio effetto liberatorio rispetto ai ricordi, in quanto rompe il circolo vizioso per cui più la persona si sforza attivamente di scacciare il pensiero meno ci riesce e permette di far gradualmente defluire le dirompenti emozioni associate.
Caratteristica peculiare del trauma è il fatto che i ricordi rimangano bloccati nella memoria motoria; tali informazioni attivano le zone del cervello preposte alla visione e alle emozioni, riportando costantemente la persona a rivivere il momento che tanto l’ha traumatizzata, e inibiscono quelle deputate al linguaggio e all’espressione.
Scrivere aiuta a trasferire la traccia mnestica dalla memoria sensoriale a quella narrativa, eliminando gradualmente le sensazioni corporee associate e permettendo di rimettere il passato nel passato ed acquisire un progressivo distacco emotivo.
Gestire la rabbia accecante
Analogamente la scrittura rappresenta uno strumento fondamentale nella gestione della rabbia. Generalmente quando siamo accecati dalla rabbia tendiamo ad aggredire i responsabili, il più delle volte finendo per pentircene poco dopo; in alternativa cerchiamo di sfogare la nostra rabbia raccontando lo spiacevole episodio ad una terza persona.
In quest’ultimo caso il paradosso è che se la persona interpellata ci dà torto, finiamo per arrabbiarci ancora di più, ma se anche ci desse ragione, la rabbia non si ridurrebbe affatto, in quanto troverebbe conferma della sua ragione di esistere. Tuttavia inibirla non aiuta, anzi, come affermava Seneca, “l’ira è un acido che può provocare più danni al recipiente che lo contiene che a qualsiasi cosa su cui venga versato”.
In questi casi scrivere aiuta a far defluire la rabbia in maniera estremamente efficace, trasformandola da limite in risorsa per raggiungere i propri obiettivi.
Superare rimorsi e rimpianti
Infine la scrittura può essere di grande aiuto nel caso di rimorsi o rimpianti.
Entrambi costringono a fare i conti con scelte del passato: i primi originano da scelte prese cui ormai non si può più porre rimedio; i secondi nascono dall’aver rinunciato per mancanza di coraggio, volontà o capacità, a fare qualcosa nel passato di cui si sente la terribile mancanza nel presente. In entrambi i casi scrivere aiuta ad elaborare il fallimento e ad assolversi per proprie colpe ed errori, accettandoli come parte inevitabile della propria storia e acquisendone il giusto distacco emotivo.
Bibliografia
- Cagnoni, F., Milanese, R. (2009). Cambiare il passato. Superare le esperienze traumatiche con la terapia strategica. Ponte alle Grazie, Milano.
- De Salvo, L. (2000). Scrivere per stare meglio. Dino Audino Editore, Roma.
- Fiore, V. (2018). La sigaretta, l’ultima illusione di Cioran. Liberi servi, 20-28.
- Lieberman, M. D., Eisenberger, N. I., Crockett, M. J., Tom, S. M., Pfeifer, J. H., & Way, B. M. (2007).
- Putting feelings into words: affect labeling disrupts amygdala activity in response to affective stimuli. Psychological science, 18(5), 421–428.
- Nardone, G. (2019). Emozioni. Istruzioni per l’uso. Ponte alle Grazie, Milano.
- Nardone, G., Cagnoni, F., Milanese, R. (2021). Acrobazie emotive. Imparare a superare rimorsi, rimpianti e sensi di colpa. Psicologia Contemporanea, 284, 31-35.
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- Pennebaker, J. W., & Susman, J. R. (1988). Disclosure of traumas and psychosomatic processes. Social science & medicine (1982), 26(3), 327–332.
- Pennebaker, J.W. (1997). Writing about emotional experiences as a therapeutic process. Psychological Science, 8(3), 162-166.

